Lo specchio nero: fenomenologia del sovranismo sul grande schermo

  |  BARI (BA)  -  domenica 9 giugno 2019 - 12:26

Un saggio di Martiradonna e Moretti sui film che dal 2001 hanno raccontato l’evoluzione delle destre e dei partiti sovranisti

di Giuseppe Di Matteo
Lo specchio nero: fenomenologia del sovranismo sul grande schermo

Nel film Sono tornato (2018), il regista Luca Miniero ha disegnato il profilo di un Benito Mussolini vecchio e stanco, ma desideroso di riprendersi gli italiani a oltre 70 anni dalla sua morte e dalla fine della dittatura fascista. Il vero protagonista della pellicola, però, non è il duce, ma un Paese lacerato da un vuoto di valori che si lascia sedurre dal ritorno del demagogo. Sullo sfondo della storia, che gioca con il tentativo di trarre da quell’evento straordinario un documentario, aleggia un inquietante interrogativo: e se tornasse davvero?

L’esperimento cinematografico di Miniero, accolto con freddezza dalla critica, delinea un affresco dell’Italia di oggi ma prova anche a proiettare il fascismo nel terzo millennio, sebbene ampi settori dell’opinione pubblica si ostinino a cantare la ninna nanna del “fenomeno morto e sepolto”.

Nulla di più lontano dal vero. Lo dimostra il riemergere, in Italia e in Europa, delle destre estreme che si richiamano alla svastica e al fascio littorio pur riparandosi talvolta sotto l’ombrello protettivo di parole più rassicuranti come identitarismo e sovranismo. E sono sempre di più le storie che parlano di loro sotto forma di film, videoclip e documentari di ogni tipo.

Proprio il fascismo 2.0 sul grande schermo è il tema di un’interessante ricerca di Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti, alias Dikotomiko, dal titolo Lo specchio nero - I sovranismi sullo schermo dal 2001 a oggi, edito da Dots (192 pp., 15 euro). Una data scelta non a caso. Il saggio, infatti, parte da una constatazione di fondo: «il colpo di Storia» generato dall’attentato alle Torri Gemelle è stato fautore di un «paradosso spaziotemporale» che, seguendo la scia di una moderna guerra di religione, ha messo in soffitta lo spirito no global di una sinistra sempre più indebolita e (ri)acceso la fiamma dell’estremismo di destra. Un cambiamento epocale che cinema, televisione e web hanno provato a raccontare, anche se con alcune differenze sostanziali tra Italia e resto del mondo.

Il nostro Paese - spiegano gli autori - non sembra aver fatto definitivamente i conti con il fascismo e si porta sul groppone il fardello di una narrazione basata su pericolosi meccanismi di rimozione e autoassoluzione (esemplificativa è, per esempio, la vicenda coloniale, come pure il tentativo di minimizzare i crimini del regime). Dal passato al presente (e al futuro) il passo e breve: quella dei movimenti neofascisti in Italia è una galassia esplorata da pochissimi registi, alcuni dei quali hanno dovuto sopportare l’onta di un pesante ostracismo. Anche per questo la selezione di narrazioni audiovisive proposte da Martiradonna e Moretti altro non è che il resoconto disarmante di un Paese in balìa di continui vuoti di memoria che si siede a guardare un film già visto.

Da un lato Caterina va in città di Paolo Virzì (2003), che racconta il tentativo della destra postfascista di ripulirsi per conquistare il potere; dall’altro la «macelleria messicana» del G8 e lo spettro del fascismo che, in Diaz - Don’t clean up this blood (regia di Daniele Vicari, anno 2012), «si incarna definitivamente nei secondini di Bolzaneto». Ma il duce può tornare anche in carne e ossa. Ad accoglierlo - è questo l’ammonimento di Miniero in Sono Tornato - c’è un’Italia priva dei suoi anticorpi democratici. Nel mezzo è tutto un rimescolarsi di linguaggi e codici comunicativi che sfruttano i vantaggi della crossmedialità. È il 2008 quando il documentarista Claudio Lazzaro raccoglie nel suo Nazirock alcuni slogan come “Prima gli italiani” e “L’Italia agli italiani”, oggi patrimonio di quei partiti sovranisti che, pur dichiarandosi democratici, hanno frugato con attenzione nella cassetta degli attrezzi delle destre più estreme.

Eppure, se escludiamo i documentari, dal 2001 a oggi in Italia non sono stati prodotti film di rilevo che abbiano come protagonista un neofascista. Nulla a che vedere con quanto accade invece all’estero, dove per altro svastica e fascio littorio nell’immaginario collettivo spesso coincidono, anche se il nazismo esercita maggiore appeal. Qui il percorso qui si fa più tortuoso: di questo fenomeno, variegato e complesso, ogni Paese definisce l’estetica a suo modo utilizzando format diversi (il nazi drama è uno dei più ricorrenti) e attingendo dal proprio bagaglio di ferite nazionali.

In America il nazifascismo si incunea silenziosamente nelle parole e nelle movenze dei suprematisti bianchi (è il caso del documentario Charlosttesville -Race and Terror, realizzato dalla reporter Elle Reeve); in Francia ha la faccia feroce del lepenismo (si rimanda in questo caso al film Chez nous di Lucas Belvaux); in Norvegia è cristallizzato nella strage senza volto di Anders Breivik (si veda Utøya 22. Juli, di Erik Poppe), compiuta in una «trappola per topi» che ha la forma del lager.

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