Il grande sbarco: quando la Puglia scoprì l'immigrazione

  |  BARI (BA)  -  giovedì 18 aprile 2019 - 11:34

Un bel saggio di Valerio De Cesaris ricostruisce la storia della Vlora, che nel '91 arrivò a Bari

di Giuseppe Di Matteo
Il grande sbarco: quando la Puglia scopr l

Correva l’anno 1991 quando la nave Vlora entrò nel porto di Bari portando nel suo ventre i sogni di oltre 18mila albanesi in fuga da un regime oppressivo e in cerca di quella che credevano essere la nuova America. Così almeno appariva l’Italia ai loro occhi, cresciuti a pane e televisione nostrana. Il regista Daniele Vicari l’aveva soprannominata “la nave dolce” (è questo il titolo anche del suo documentario, pubblicato nel 2012) perché, pochi giorni prima di diventare strumento del più grande sbarco di migranti della storia italiana, era tornata da Cuba con un ingente carico di zucchero di canna. Sulla carta d’identità della Vlora, per altro, si poteva leggere il nome Italia. L’imbarcazione, infatti, era stata fabbricata nei cantieri navali di Ancona e, nel 1960, venduta alla Società albanese di navigazione. Da allora venne utilizzata per trasportare merci dal Paese caraibico, uno dei pochi con cui l’Albania intratteneva relazioni commerciali. Il 7 agosto del ’91 fu presa letteralmente d’assalto da migliaia di albanesi mentre giaceva dormiente nel porto di Durazzo e, al termine di non poche peripezie, dirottata verso l’Italia, dove arrivò l’8 agosto. 

Una data che costituisce un autentico spartiacque per la storia pugliese e non solo. È infatti a partire da quel momento - sostiene lo storico Valerio De Cesaris nel suo saggio “Il Grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione, edito da Guerini & Associati (154 pp., 16 euro) - che gli italiani furono per la prima volta consapevoli di vivere in un Paese che non si limitava più ad assistere alla fuga di molti dei suoi figli al nord o all’estero (come era accaduto fino ad allora), ma diventava la meta (e la speranza) di migliaia di stranieri provenienti da altri territori.

Uno di questi era l’Albania, che nel 1939 era stata invasa dai fascisti (e occupata fino al 1943) per poi scomparire, a guerra finita, dall’immaginario collettivo italiano. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il Paese delle Aquile, che nel punto più stretto del canale d’Otranto dista appena 71 km dalle nostre coste, era letteralmente al collasso e tra i più poveri al mondo (nell’89 il reddito pro capite di Tirana ammontava a 750 dollari contro i 15.120 dell’Italia). La dittatura comunista di Enver Hoxha (morto nel 1985 e rimpiazzato da una serie di governi piuttosto instabili), l’aveva infatti trasformata in una «grande prigione a cielo aperto» che però non aveva mai smesso di “spiare” il suo dirimpettaio attraverso i canali della Rai. Era lì che si potevano ammirare le vetrine di un benessere che faceva sempre più gola e che, probabilmente, fu la molla che spinse molti albanesi a cercare fortuna da noi. 

Ma, come ogni storico che si rispetti, De Cesaris parte da lontano. La Vlora, infatti, è solo l’ultimo tassello di un mosaico molto più complesso, che racconta anche la Puglia e l’Italia di quegli anni. Fino alla fine degli anni Ottanta - sottolinea l’autore attraverso un meticoloso lavoro di ricerca che comprende fonti orali, cronache giornalistiche e diversi atti parlamentari dell’epoca - nel nostro Paese l’immigrazione straniera era un fenomeno piuttosto limitato e assai trascurato, soprattutto dai media. Gli immigrati erano infatti ridotti più che altro al rango di «invisibili». Qualcosa cominciò a cambiare tra il 1986 e il 1989, quando si registrarono numerosi fatti di sangue ai danni di alcuni stranieri che lavoravano come braccianti a Villa Literno, nel Casertano, e venne assassinato il sudafricano Jerry Essan Masslo: «Tutti i giornali e le tv nazionali ne parlarono, s’iniziò a riflettere sul problema del razzismo e vi fu un’attenzione senza precedenti verso i lavoratori stranieri». Nel febbraio del 1990 fu approvata la Legge Martelli, che si proponeva di regolare i flussi migratori. Inizialmente però il nostro Paese, pur con diverse oscillazioni, aveva mostrato una certa apertura nei confronti degli stranieri. Non a caso nel luglio del 1990, a seguito della “crisi delle ambasciate”, il governo italiano aveva aiutato moltissimi albanesi a espatriare mettendo a disposizione alcuni traghetti. Ciò essenzialmente perché, spiega De Cesaris, si trattava di dissidenti politici e non (ancora) di migranti. 

La svolta si ebbe nel marzo successivo, quando più di 24 mila profughi albanesi si riversarono sulle coste pugliesi e, soprattutto, con l’arrivo della Vlora. In pochi mesi infatti, complice anche la sostanziale impreparazione dell’Italia di fronte a un fenomeno del tutto nuovo, il clima politico cambiò radicalmente: «L’esodo albanese - scrive De Cesaris - risvegliò l’antico terrore degli stranieri alle porte e dell’invasione. Terrore alimentato dal modo in cui i profughi arrivavano, su imbarcazioni stracariche di persone, e anche dalle rappresentazioni giornalistiche semplificate, che dipinsero gli albanesi come selvaggi, violenti e pericolosi». 

Il resto è storia nota e viene riproposto attraverso un’accurata selezione dei resoconti giornalistici di quel periodo: molti degli albanesi che arrivarono a Bari vennero prima rinchiusi nello stadio della Vittoria, «dove cibo e acqua venivano lanciati dagli elicotteri» e poi rimpatriati con la forza (cosa che per altro si era verificata già nel giugno del ’91 attraverso un’ordinanza firmata dall’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, che vietava alle navi di sbarcare i migranti nei porti italiani), ma anche con l’inganno. Eppure, mostra De Cesaris, negli anni successivi la temuta invasione paventata da parecchi organi di stampa non si sarebbe mai verificata. Anzi si può sostenere, col senno di poi, che quella albanese possa essere considerata un’«immigrazione di successo». Basta dare un’occhiata ai numeri: oggi in Italia vivono circa «468mila albanesi», la maggior parte dei quali risulta perfettamente integrata nel tessuto produttivo e sociale del Paese.

Ecco perché nel bel saggio di De Cesaris la vicenda della Vlora esce prepotentemente dal cassetto dei ricordi e diventa tremendamente attuale alla luce di una questione, quella della gestione dei flussi migratori, che resta ancora irrisolta. Gli echi di certi toni allarmistici nati nel ’91, infatti, risuonano drammaticamente anche nella “narrazione” mainstream che oggi si fa di questo fenomeno, lungo un sottile filo rosso che parte dalla Vlora e arriva all’Aquarius.

 

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