Storie (quotidiane) di una Puglia senza tempo

  |  PALAGIANO (TA)  -  giovedì 31 gennaio 2019 - 13:39

I racconti di Angelo Mansueto esplorano la coscienza di eroi marginali privi di ambizioni

di Giuseppe Di Matteo
Storie (quotidiane) di una Puglia senza tempo

I labirinti psicologici dei personaggi ricordano la coscienza tormentata di Dostoevskij. La scrittura, essenziale ed elegantissima, ama camminare sulla fune del paradosso, come sarebbe piaciuto a Kafka, ma conserva il pregio di non cadere mai. Nella raccolta di racconti del palagianese Angelo Mansueto, scrittore talentuoso e versatile, c’è moltissima letteratura ma anche un amore sconfinato per il teatro. Chi infatti provasse a familiarizzare con La domenica mattina i pesci si svegliano tardi, edito da Pufa (71 pp., 10 euro), potrebbe mischiare tranquillamente libro e palcoscenico senza soffrire giramenti di testa. Del resto è lo stesso impianto congegnato dall’autore a prediligere nuclei narrativi veloci e disadorni, che assomigliano ad atti di una commedia dal riso amaro e sguazzano perennemente nell’irrisolto. Il bello, però, è che non ci si perde mai.

Abolita qualsiasi premessa letteraria ed eliminati certi fronzoli che rischiano di appesantire “l’impasto”, spetta ai dialoghi il compito di mantenere vive le storie - sei in tutto - anche se in qualche caso, per via dell’incipit, si ha l’impressione di irrompere a spettacolo già iniziato. Nessun problema: le figure, infatti, brillano di luce propria e danzano liberamente senza spiegare dove sono dirette.  Conta il qui ed ora. Ed è un piacere per gli occhi.

Anche per questo in più di un caso il finale fa tanto Rymond Carver, ma senza quell’angoscia di vivere che lo scrittore americano era solito proiettare sulle sue creature. I personaggi scolpiti da Mansueto, al contrario, sebbene destinati a un’esistenza brevissima (come fugace è il loro habitat) sono libellule gioiose, ed è questo il segreto che permette loro di aprire il cuore al lettore lasciando intravedere l’anima poetica di chi scrive.

La Puglia, costantemente evocata in certi paesaggi e usanze popolari, non compare mai se non nel racconto Il verme solitario, ambientato a Taranto, che disegna le gesta sconclusionate di un pensatore russo intento a camminare sulle macerie di quartieri “dipinti a diossina” e che rifiuta di piegarsi all’oracolo sacrilego della Tv. L’omicidio, invece, altro non è che un revival in miniatura del Processo di Kafka, anche se l’epilogo, decisamente più magnanimo e aperto, toglie spazio alla tragedia. Particolarmente significativo l’ultimo “atto” narrativo della raccolta, Anche le rane possono abbaiare, che racconta la quotidianità grigia di un avvocato senza ambizioni arrivato sempre in ritardo agli appuntamenti importanti.

Realtà e finzione convivono in una dimensione onirica dai tratti quasi fiabeschi. È il caso, per esempio, del racconto Le vacche di Barbablù, il cui protagonista ricalca le orme del sanguinario uxoricida concepito dal genio di Perrault (1628-1703) ed è modellato sui tratti di un personaggio realmente esistito che lo scrittore aveva conosciuto nelle campagne di Mottola, nel Tarantino. Dietro un matrimonio in frantumi (è questo il “sugo della storia”) riemergono nella loro interezza anche le regole arcigne del mondo contadino, che non concede sconti nemmeno alla poesia delle stelle.

Storie molto diverse tra loro, ma legate da un filo di Arianna che si svela solo agli occhi più curiosi. Quella di Mansueto è infatti una parabola dell’assurdo costellata di situazioni kafkiane che imprigionano piacevolmente non chi le popola ma chi le legge, ed è disposto, nonostante tutto, a lasciarsi andare.


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