La gente per bene: ritratto (pugliese) di una generazione in crisi

  |  BARI (BA)  -  mercoledì 9 gennaio 2019 - 07:01

Francesco Dezio racconta la fine del lavoro e l’odissea di chi è continuamente costretto a reinventarsi per sopravvivere

di Giuseppe Di Matteo
La gente per bene: ritratto (pugliese) di una generazione in crisi

L’io narrante oscilla tra autobiografia e finzione. Il tono, volutamente caustico, si sposa a una scrittura tagliente, che asseconda i pugni (letterari) nello stomaco di Chuck Palahniuk e il radicalismo di William Burroughs. La gente per bene di Francesco Dezio, edito da Terrarossa (207 pp., 15 euro), è un’opera dalle mille sfaccettature e suggestioni. Lo stile, asciutto ed essenziale, ricorda la vena di certi autori americani della beat generation; ma si percepisce anche un omaggio ostentato ai padri nobili della letteratura industriale, filone che dal secondo dopoguerra non ha mai smesso di raccontare il mondo del lavoro dall’interno (nel romanzo risuonano soprattutto gli echi de La vita agra di Luciano Bianciardi e del Memoriale di Paolo Volponi, ma non manca anche qualche riferimento ad autori più contemporanei come Tommaso di Ciaula, Angelo Ferracuti, Michela Murgia e Giuseppe Culicchia).

Non potrebbe essere altrimenti: la biografia di Dezio racconta l’odissea di uno scrittore che si porta sul groppone il suo passato di operaio nell’affascinante scenario della Murgia barese, assai lontana dal capoluogo e soprannominata, in virtù della sua grande operosità, “il Veneto di Puglia”.

Ma se in Nicola Rubino è entrato in fabbrica (pubblicato da Feltrinelli nel 2004 e riproposto in una nuova veste da Terrarossa nel 2017) l’autore altamurano, quasi ergendosi a Cassandra dei tempi moderni, descrive senza indulgenza l’alba del precariato e il progressivo smantellamento delle tutele essenziali all’interno di quell’immenso alveare sociale che è la fabbrica, ne La Gente per bene affronta invece con uno stile più maturo, ma pur sempre protestatario, la compiuta polverizzazione del mondo del lavoro e l’incubo di chi, a quarant’anni e passa, si consuma nella speranza di reinventarsi di continuo (non di rado assecondando gli umori di tecnologie capricciose) ed è obbligato a confrontarsi con logiche lontanissime da quelle a cui erano abituate le generazioni precedenti.

Anche in questo caso la storia è ambientata nel territorio murgiano, dove i discendenti del “popolo di formiche” narrato da Tommaso Fiore si sono progressivamente trasformati in imprenditori attirati dai soldi facili per poi ritrovarsi, dopo il boom degli anni Novanta, schiacciati dalla crisi e dalla globalizzazione. Il personaggio principale, al quale l’autore presta il suo nome, si muove tra le pieghe di un mondo terribilmente classista all’interno del quale i privilegi (e il diritto di comandare) spettano al tono falsamente cordiale della “gente per bene”, che detiene per diritto di nascita lo scettro del potere e vive di continue ipocrisie. A lui, invece, estraneo ai circoli della buona borghesia, non resta che rinunciare alla letteratura, che pure ama, e aggrapparsi al sogno di lavorare come disegnatore meccanico. Scelta sofferta, ma pragmatica, che, in virtù delle ristrettezze mentali ed economiche di una famiglia vecchio stampo, lo porta ad accettare supinamente le conseguenze del “mondo di mezzo”: come nel caso del precedente romanzo, il protagonista si muove in una giungla di contratti a termine, regole flessibili a seconda delle convenienze e gerarchie rigidissime. Al vertice della piramide i padroni, sovente invisibili e intoccabili, dettano legge: ai sottoposti non resta che accettare il perpetuo ricatto, pena l’esclusione e il baratro della depressione.

Un inferno quotidiano privo di redenzione, che Dezio tratteggia con dovizia di particolari privilegiando il ritmo narrativo del reportage e avvalendosi di una scrittura capace di accogliere nel suo seno gergo e dialetto senza tuttavia sminuire il tono del racconto.

Ne vien fuori il ritratto sanguinante di una società abbandonata a se stessa  dai suoi attori principali: la politica anzitutto (sia nazionale che locale), ma anche l’imprenditoria, risvegliatasi bruscamente dopo l’ubriacatura degli anni d’oro e l’apertura delle frontiere: “Adesso invece gli industriali comprendono i limiti della globalizzazione, che non è solo esportare quello che sai fare tu, dal momento che quello che sai fare tu dura fino a quando  non arriva uno che quello che sai fare tu lo sa fare meno caro prima e meglio”, mormora uno dei personaggi della storia. E qui l’allusione nemmeno troppo velata è ai “cinesi maledetti”, che “si sono voluti accomodare sui divani, ma ci stavano seduti in troppi, e quelli, con un minimo colpo di culo, hanno fatto cadere a terra gli altri”.

Ma attraverso l’efficace affresco di Dezio si legge anche il disagio dei quaranta-cinquantenni di oggi, eternamente costretti a competere con la concorrenza sleale dei nuovi arrivati, spesso più giovani di loro e disposti a rinunciare ad alcuni diritti fondamentali pur di sopravvivere. Anche per questo durante la lettura, tra una risata e l’altra (sia essa amara o sguaiata), è consigliabile raffinare lo stomaco: il rischio, infatti, è quello di arrabbiarsi. E non poco.

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