L'amore (e la morte) al tempo di Camila

  |  BARI (BA)  -  domenica 25 novembre 2018 - 10:22

Il nuovo romanzo di Gabriella Genisi svela una struggente geografia familiare e degli affetti

di Giuseppe Di Matteo
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Abbiamo imparato a conoscerla grazie al commissario Lolita Lobosco (protagonista di una fortunata serie di romanzi noir pubblicata da Sonzogno/Marsilio), che più di un critico ha definito “la Montalbano al femminile”. Ma stavolta la scrittrice barese Gabriella Genisi ha deciso di prendersi una pausa cambiando decisamente rotta (e casa editrice).

La sua ultima fatica letteraria, "La teoria di Camila", edita da Giulio Perrone (157 pp., 13 euro), è infatti una creatura introspettiva che riposa su una geografia familiare (e degli affetti) piuttosto frastagliata, ma che tutto sommato sembra avere ampia cittadinanza nel mondo attuale, dove gli orizzonti sociali si allargano a dismisura e diventare adulti costa molta più fatica. Prima o poi, però, quel momento arriva. E Marco, ingegnere romano dalla vita sfilacciata, lo scopre una sera al termine di una partita di calcetto, rito settimanale e rassicurante degli uomini in cerca d'evasione dalle proprie frustrazioni. 

La telefonata di Camila, la badante ucraina di suo padre, preannuncia il terremoto emotivo del lutto e lo smarrimento che ne precede l’elaborazione. È questo l’epicentro della storia, che si sviluppa attraverso un dialogo interiore e struggente tra Marco e il genitore ormai morto alla scoperta di quegli errori che hanno condizionato l’esistenza di entrambi e che sono contenuti in un diario riemerso quando è troppo tardi per guardarsi negli occhi. Nel mezzo, e a fare da raccordo ai ricordi che riaffiorano a mo’ di pellicola sul papiro della memoria, è proprio Camila - figura dolcissima e complessa che spesso ruba la scena al personaggio principale e agli altri che, di volta in volta, gli ruotano attorno (particolarmente toccante quello di Lena, la madre di Marco) -  alla quale Genisi ha saputo conferire grande dignità, e certamente non per diletto: nonostante certi pregiudizi duri a morire, la badante (che viene dall’Est) è infatti un pilastro della nostra società e grazie a questo romanzo ci accorgiamo di quanto possa essere non solo un rifugio sicuro per i nostri anziani, ma anche uno scrigno prezioso di affetti e amori insperati. 

Ma è stupefacente pure la capacità dell'autrice di vestire i panni del suo personaggio maschile: quella di Marco è infatti una figura piuttosto credibile e si sposa alla perfezione con una scrittura levigata che, in più di un’occasione, provoca un climax ascendente di emozioni nel lettore, cui è affidato il compito di contenerle così da rileggersi con la maturità che l’esperienza narrativa gli fornisce. 

In fondo lo stesso accade anche a Marco, che ripercorre la sua esistenza nelle parole scritte di un padre che ritorna prepotentemente riannodando il filo spezzato di un rapporto sacrificato dalla paura di assumersi le responsabilità che la quotidianità richiede. Sarà ancora una volta Camila a indicargli il cammino, restituendogli con la sua personalissima teoria un futuro lasciato per strada.


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