''Rivolto a Sud'': un inno al Mezzogiorno e a tutti i Sud del mondo

  |  TARANTO (TA)  -  sabato 10 novembre 2018 - 11:39

Dopo il successo de ''Il Mostro'', nuova raccolta poetica dello scrittore tarantino Vincenzo De Marco

di Giuseppe Di Matteo

Il corpo esce per l’ultima volta dal ventre notturno dell’Ilva, che ha deciso di lasciare dopo 18 anni, ma la mente è già altrove, rivolta a un sud che dilata il suo sguardo oltre i due mari di Taranto per abbracciare il destino dei diseredati e degli ultimi.

Vincenzo De Marco è cresciuto a pane e fabbrica, dove è entrato per la prima volta nel 2000, reparto altoforno. Sin da bambino ha imparato a familiarizzare con un cielo divorato dai veleni che non si stanca mai di ritornare azzurro. Tutti i giorni lo stesso tragitto verso quel gigantesco ammasso di acciaio che negli anni Sessanta era stato celebrato come una grande opportunità per la città e il suo contado, ma che a lungo andare ha finito per divorare vite e speranze.

Anni e anni passati a sgobbare e a intagliare parole da tradurre in versi del suo poema quotidiano. Perché “il poeta è un operaio”, diceva Vladimir Majakovskij (così si intitola uno dei suoi componimenti più belli), anche se è stato Pier Paolo Pasolini a unire in matrimonio quei termini apparentemente antitetici, volendo alludere alla distinzione che passa tra chi fa dei suoi versi una professione e chi li fa “lavorare” in fabbrica prima di lasciarli andare nel mondo.

Al suo mondo, che oscilla tra Grottaglie e Taranto, De Marco aveva già dedicato alcune poesie struggenti nel volume Il Mostro - Versi di rabbia e d’amore (edito da Les Flâneurs), che racconta la quotidianità grigia, ma mai rassegnata, di un operaio sfiancato da turni massacranti in un territorio che si piega in due dal dolore e conta con disperazione i suoi morti. Un piccolo successo editoriale, che è sbarcato pure a Bruxelles cantando la dignità di un popolo intero.

E ora De Marco ha deciso di ritornare alla carica con una nuova silloge che si nutre della calce viva di Vittorio Bodini e della lingua millenaria degli ulivi, testimoni imperturbabili della Storia che si muove. In Rivolto a Sud - Pensieri e poesie, pubblicato sempre da Les Flâneurs (137 pp., 12 euro), riecheggiano ancora le liriche di Ferruccio Brugnaro - l’aedo di Porto Marghera che cantava la lotta operaia - e i ricordi di un passato ingiallito. “Guardo le foto sbiadite di un tempo andato/e le curve dolci tra la campagna e il mare mi portano in un/lido di città che non esiste più”, scrive De Marco in Poetica utopia facendo cuocere la sua lotta a fuoco lento in attesa dell’esplosione finale: (“È viva/mai morirà in me, mentre il vento soffia forte/la poetica utopia”).

Ma, a differenza del libro precedente, qui “il mostro” è solo uno dei tanti pianeti di una galassia che si espande fino a inghiottire universi altri, non di rado affidandosi alle vibrazioni di un sentimento che divora, ma non distrugge. “Il cielo è rosso ora/mentre schiaffeggia severo la città/e i suoi bambini piangono di dolore/e la sua gente corre e grida impaurita/sotto le ciminiere alte di un mostro troppo grande (…) Le case sono rosa veleno/le croci nero carbone/l’antico acquedotto romano crolla a pezzi/ e così la storia di una città/e di lato un mostro troppo grande/ride cattivo”: ecco la linfa vitale di Mentre scrivo di noi, che continua il suo lamento straziate nel componimento Non è giusto (“Non è giusto morire a poco più di vent’anni/ricoperto di polvere nera/tra ciminiere e mostruosi tamburi/tra i pianti dei colleghi e le mie lacrime rosse”) e si riconnette amorevolmente all’ultima parte del volume, dedicata ai martiri di ieri e di oggi, siano i disperati a bordo dei barconi, le vittime di Hiroshima o gli sfollati della Siria.

È questo, infatti, il nerbo concettuale di Piedi nudi in cammino: “A una Damasco in ginocchio, annientata ma viva/come la speranza e la speranza non morirà mai a Damasco. /Neanche sotto le bombe di una guerra incivile/e di una guerra pazza come pazze sono tutte le guerre”). E a quella “Palmira fiera, che non imbruttirà neanche in macerie”, il poeta dedica la sua speranza più grande, abbracciando idealmente Taranto e quei bambini che vorrebbe immaginare “a dormire sereni su cuscini di nuvole/avvolte da lenzuola fatte di fiori e farfalle”.


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