''La figlia'': una provincia sospesa tra modernità e tradizione

  |  BARI (BA)  -  sabato 20 ottobre 2018 - 10:15

Nel suo romanzo d'esordio Giuseppe Scaglione sceglie il Sud Est Barese per raccontare il disagio di una società senza punti di riferimento

di Giuseppe Di Matteo

Un delitto efferato. Un’indagine laboriosa che si arrampica sul collo di personaggi enigmatici cresciuti all’ombra di una morale artificiosa. Un avvocato di successo che si improvvisa detective per risolvere un mistero che sembra già svelato. E, naturalmente, un finale sorprendente che ricompone il mosaico del racconto, ma scombina quello interiore del lettore.

Per esordire nel vastissimo filone letterario del giallo, lo scrittore barese Giuseppe Scaglione, autore del romanzo “La figlia”, edito da Robin&sons (292 pp., 15 euro), ha scelto la strada maestra che si è soliti percorrere per rendere una storia credibile, non di rado camminando sulla fune del “gioco intellettuale” che, secondo Willard Huntington Wright, in arte S.S. Van Dine (1888-1939) e autore di libri gialli che hanno fatto epoca, è l’ingrediente fondamentale del genere poliziesco.

Ma, ad allargare bene lo sguardo, qui siamo di fronte a qualcosa di più complesso e variegato. Perché alle spalle della vicenda narrata - l’omicidio brutale di una giovane prostituta che sconvolge la quotidianità di Niso (cittadina del Sud Est Barese inventata di sana pianta) - si erge l’affresco di una società di provincia che nasconde sotto il tappeto di un’apparente tranquillità le sue cicatrici più intime e profonde. Le stesse che l’avvocato Paolo Saliani - protagonista della storia - cerca di mettere a nudo per scagionare il suo assistito (giovane rampollo di una famiglia di imprenditori senza scrupoli), nuotando non senza difficoltà in un ambiente adagiato su antichi rancori e popolato da avventurieri di ogni sorta disposti a tutto pur di mantenere i propri privilegi. 

Un panorama a tratti desolante, eppure tremendamente realistico, che offre una narrazione della Puglia contemporanea assai lontana dai toni trionfalistici degli ultimi anni e si nutre del conflitto latente tra due mondi condannati all’incomunicabilità: da un lato gli ultimi esponenti della civiltà contadina, custodi di tradizioni antichissime che sopravvivono ostinatamente seppure a fatica; dall’altro i nuovi arrivati, refrattari alle regole del passato e prigionieri di una modernità che divora i suoi valori come il conte Ugolino i suoi figli.  

Ecco perché, a dispetto della finzione e di un intreccio narrativo senza sbavature, quello di Scaglione è anzitutto uno schiaffo morale che, attraverso una serie di frustate ferocissime, mostra senza indulgenze le contraddizioni di un mondo senza punti di riferimento che è già terra di nessuno. È in questo contesto che Saliani, dopo aver abbandonato gli allori di Milano a seguito di una dolorosa separazione, si trova ad agire, sovrapponendo al suo rompicapo professionale un travaglio interiore che lo costringe a indagare la complessità dei rapporti umani e le regole labirintiche di un contesto sociale in disfacimento che ama esibire il suo coro di maschere pirandelliane e le sue piazze solitarie abitate da padri senza figli.

Proprio il rapporto tra padri e figli è un elemento centrale del romanzo che riemerge silenziosamente tra un colpo di scena e l’altro. E in fondo la figlia (al pari degli altri personaggi che ruotano attorno alla trama) è l’archetipo di una modernità paradossale all’interno della quale alcuni mali atavici come il pettegolezzo e il malaffare convivono con un disagio generale -  in gran parte giovanile - che è frutto anche della deresponsabilizzazione collettiva di quest’epoca.


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